Dal libro allo schermo

I primi produttori americani bussarono alla porta del Professor Tolkien nel settembre del 1957, accompagnati dalle mogli ("Strani uomini e ancor più strane donne" commentò lui). Erano armati di schizzi, diagrammi, appunti per quello che doveva essere "il più grande film d'animazione". Tolkien fu favorevolmente impressionato dalle belle foto di paesaggi che dimostravano tempo e soldi spesi in giro per l'America alla ricerca di montagne, valli e deserti giusti. E soprattutto dalle illustrazioni usate come riferimento: quelle del disegnatore liberty Arthur Rackam e non del solito zuccheroso Disney, che trovava "volgare".

Fumando la pipa, lo scrittore sopportò con pazienza i continui errori nello spelling dei nomi dei personaggi (Borimor per Boromir) e il fatto che volessero farli volare attraverso la Terra di Mezzo "a bordo di aquile". Il tramite dell' incontro era stato Forrest J. Ackerman, agente letterario e grande collezionista di horror e fantascienza, uno che ha trasformato la sua casa in un museo pop, non avendo mai buttato niente, figuriamoci una lettera autografa di Tolkien. Ecco perchè si sa il seguito di quell'incontro, che pare fosse iniziato su un equivoco: Tolkien si aspettava il regista Zinnermann (Fred, quello di Mezzogiorno di fuoco), invece arrivò Zimmerman (Morton Grady, un perfetto sconosciuto).

C'era anche Al Brodax, che poi avrebbe prodotto il film animato Yellow Submarine, tratto dalla canzone dei Beatles. La trattativa andò avanti per mesi, finchè nel giugno del 1958 Tolkien scrisse una lunga lettera ad Ackerman, piena di "irritazione e risentimento", per spiegare in dettaglio perchè secondo lui Zimmerman non avesse letto ma solo sfogliato Il Signore degli Anelli e nella sua versione non ci fossero segni evidenti di apprezzamento verso l'opera. Se l'adattamento del primo libro era discutubile, quelli del secondo e del terzo erano inaccettabili, "come se lo sceneggiatore avesse esaurito spazio e pazienza". L'aveva scandalizzato il fatto che i suoi amati hobbit sgranocchiassero "sandwich ridicolmente lunghi". I cambiamenti, che lui definiva "intrusioni", combattevano con le omissioni. Il finale era perentorio:"Il Signore degli Anelli non può cadere così in basso".

Dopo quell'esperienza, Tolkien decise una strategia:"Arte o soldi". O qualcuno lo strapagava oppure avrebbe mantenuto il veto su ogni cambiamento. Capitolò all'improvviso poco prima di morire; doveva pagare le tasse. Vendette i diritti cinematografici per diecimila sterline. Il risultato fu, nel 1978, il cartone animato Il Signore degli Anelli di Ralph Bakshi, che avrebbe dovuto avere un sequel, mai realizzato. Salto di quasi trent'anni: è il 1995, il regista neozelandese Peter Jackson sta preparando Sospesi nel tempo, il suo primo (e ultimo) film americano. Come sempre gli capita durante la preparazione, si distrae pensando al futuro. Ha appena raggiunto la divisione computer al Weta Workshop, il suo laboratorio di effetti speciali, e pensa a come sfruttarla al meglio. Gli viene in mente un film "alla maniera" di Il Signore degli Anelli. Poi il lampo: perchè non proprio Il Signore degli Anelli? L'ha letto per la prima volta a 18 anni, durante un viaggio in treno fra Auckland e Wellington (12 ore). Telefona al suo agente Ken Kamins, per vedere chi ha i diritti, pensando che dopo l'insuccesso del cartone animato di Bakshi, non siano più disponibili. Scopre invece che il produttore del film, Saul Zaentz, gli ha ancora. Ne parla allora con Harvey Weinstein, della Miramax, che ha un'opzione di prima scelta sui suoi progetti. "Sono l'uomo giusto" gli dice Weinstein. "Sto preparando Il Paziente Inglese, e indovina un po' chi è il produttore? Saul Zaentz".

La trattativa è complicatissima, dura 18 mesi. Per tenersi occupato Jackson si dedica all'altro dei suoi progetti di sogno: il remake di King Kong (la Universal alla fine lo boccia, dopo lo scarso successo di Sospesi nel tempo e del remake di Godzilla). Alla fine la Miramax vara il progetto: due film. Ma quando i costi cominciano a salire la Miramax si spaventa e chiede di concentrare tutto in uno solo. Jackson rifiuta. Prima di passare il progetto a qualche altro regista, Weinstein gli concede due settimane per trovare un nuovo produttore, ma a condizioni capestro: ha 72 ore per rimborsare alla Miramax le spese sostenute (12 milioni di dollari) e deve concedergli il 5% sui futuri incassi lordi. Quando il tempo sta per scadere e in Nuova Zelanda stanno già smontando le attrezzature del set sotto la supervisione di un emissario della Miramax, da Los Angeles arriva la telefonata di Jackson: "Riaprite le casse: si ricomincia!". Era successo che Jackson si era rivolto al suo vecchio amico Mark Ordesky, che conosceva dai tempi del suo primo film, Bad Taste. Sul divano della sua casa di Los Angeles aveva dormito, nel periodo in cui doveva fare un film della serie Nightmare con Freddy Krueger, quando, come due studentelli, non passavano nottate insonni a giocare a Risiko. Ordesky, cacciatore di progetti per la New Line, lo aveva portato dal capo, Bob Shaye, il quale, come in una favola, gli aveva fatto una sola obiezione:"Visto che i libri sono tre, perchè non facciamo tre film, invece di due?".

 

Queste notizie sono tratte dal libro "Dietro le quinte dei grandi film: Il Signore degli Anelli" edizioni Mondadori.

 

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